tags:

The Italian Grandmaster

Una bella recensione da Bonnaroo.

“Hello, my name is Jovanotti and I come from Italia. I am so proud to be here, you can’t imagine”. Così si presenta Lorenzo Cherubini al Bonnaroo Music Festival. L’accento italiano è forte, fa sorridere, fa tenerezza dopo 10 giorni di “Hell yeah” e “What’s up”. Fa sentire un po' più a casa.
Siamo a Manchester, 150km da Nashville, Tennessee. “Music City U.S.A.” la chiamano gli americani, e non potrebbero avere più ragione. Questa è la città della country music, come Memphis è la città del Blues. Qui hanno inciso per la prima volta Elvis, Johnny Cash e Jerry Lee Lewis. Di queste parti sono i Kings of Leon. Qui è nato il rock 'n' roll.
Il Bonnaroo Festival è uno dei più importanti festival rock del continente americano, alla pari del Coachella e del Lollapalooza. Si tiene in un’immersa fattoria, 80.000 “rooers” vengono da dieci anni e da ogni stato americano e canadese. 15-20 ore di macchina per rendere omaggio ai maggiori artisti americani e non. Se infatti le superstar qui sono Eminem, Arcade Fire, My Morning Jacket e Widespread Panic, c’è anche il nostro Jovanotti a rappresentare l’Italia.
L’appuntamento è fissato alle 15 del sabato pomeriggio. A quest’ora il caldo è asfissiante, la birra è gelida e i bikini sono numerosi. Lo sa molto bene Jovanotti, che subito infiamma i coraggiosi che osano sfidare i 36 gradi all’ombra del Tennessee. E’ un Lorenzo molto felice e fiero di rappresentare la nostra penisola, è venuto qui per questo, invitato da Eugene Hütz, lo scatenato frontman dei Gogol Bordello, incaricato dall’organizzatore del festival di delineare la line-up di uno stage per il sabato. E’ un onore per Jovanotti essere presente, e non manca di ripeterlo più e più volte.

Vuole improvvisare con il pubblico, con la “beautiful people from Bonnaroo”. La jam session di un’ora inizia con “Non m’annoio” e il beat è irresistibile. L’interazione con il pubblico è fantastica, la migliore in assoluto del weekend. Questa è la vera arma in più del nostro cantautore, poco importa essere ad Assago o nella campagna americana. Non manca la lezione di lingua nella setlist, italian lesson number one: “Serenata rap, affacciati alla finestra amore mio”. Bastano poche ripetizioni e molti cantano, tutti si sentono subito italiani, tutti si sentono romantici. Un altro sing-along non tarda ad arrivare sulle note di "Io penso positivo", e allora capisco di non essere il solo italiano: vedo con piacere un tricolore sventolare, riconosco almeno una decina di facce indiscutibilmente mediterranee.
Forse sono studenti in scambio, forse sono italo-americani, numerosissimi, come il ragazzo di New York, nonni veneti. Parla un italiano perfetto, mi chiede: "Cosa ci fai tu qui?". Io gli rispondo: “This is the place to be”, e Jovanotti lo sa. E’ arrivato il turno per “L’ombelico del mondo”. E allora Mr. Jovanotti balla. Si agita. Salta. Suda. Suda tanto, non si risparmia, vuole imprimere il suo sound nella testa degli americani, vuole far capire come si fa in Italia. “My english is bad but my sound is perfect”.
Anche il frontman dei Gogol Bordello ha voglia di ballare, ha tanta energia in corpo e salta sul palco. Vuole cantare con Lorenzo, vuole cantare con lui “L’italiano”, la canzone italiana per eccellenza. E’ un momento unico e irripetibile, due grandissimi entertainers insieme sul palco. Il pubblico impazzisce e si pela le mani quando Eugene Hütz annuncia a seguire un acoustic set dei Gogol Bordello. Non è nel programma, ma subito si sparge la voce e i fan del gruppo gipsy punk più famoso del mondo arrivano numerosissimi. I miei programmi saltano, tra poco suonano i Mumford & Sons, uno dei concerti più attesi dell’intero weekend. Ma questo è un festival, questa è la musica: improvvisazione. E Jovanotti è un genio in questo.
E l’italian Funky Grandmaster.

(fonte:A Zolesi - rockol.it)